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I GRANDI CLASSICI DELLA POESIA

 

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WALT WHITMAN

 

Walt Whitman nacque nel 1819 a West Hills, Long Island, da una famiglia di umili condizioni che nel 1823 si trasferì a Brooklyn. Gli studi regolari di Whitman in una scuola pubblica durarono dal 1823 al 1830. Poi il ragazzo imparò il lavoro di tipografo, e dal 1835 lo troviamo a New York impiegato in una tipografia. Fece in seguito il maestro elementare, il fattorino, il giornalista (nell'America dei pionieri il passaggio da tipografo a giornalista era naturale). A New York, edita il quotidiano "Aurora" e l'"Evening Tattler" (il Chiacchierone della Sera), poi torna a Brooklyn e scrive per il "Long Island Star". Nel febbraio del 1848, un avvenimento destinato a lasciare tracce profonde nella poesia di Whitman: un viaggio che lo porta per la prima volta lontano dal New England, sino a New Orleans, dove è chiamato dal giornale "The Crescent". Resta a New Orleans sino a maggio, poi ritorna a Brooklyn risalendo il Mississippi e navigando sui Grandi Laghi. Nel 1833, pubblica, dopo anni in cui poco lasciava intravedere un futuro di poeta, la prima edizione di Foglie d'erba. Il libro non porta il nome dell'editore né quello dell'autore: include un ritratto di Whitman in abito da operaio, e consiste di dodici poesie senza titolo e una prefazione. La seconda edizione è pubblicata nel 1836. Questa volta il nome dell'autore è sulla copertina. E sul retro viene riportata la lettera di Emerson che aveva salutato con un giudizio altamente positivo la prima apparizione di Foglie d'erba. Tra il 1837 e il 1859 Whitman dirige il "Times" di Brooklyn. Nel 1860, va a Boston per la terza edizione del suo libro, la prima con un editore ufficiale, Thayer and Eldridge. Nel 1861 scoppia la Guerra di Secessione e Whitman è a Washington, poi è volontario in un ospedale militare e infine impiegato al Dipartimento degli Interni. Nell'aprile del 1865, è assassinato Abramo Lincoln: queste vicende gli ispirano i testi di "Rulli di tamburo" e quelli di "In memoria del presidente Lincoln". Nel 1867 esce la quarta edizione di Foglie d'erba, e nel 1868 per la prima volta una scelta delle poesie di Whitman è pubblicata a Londra. La quinta edizione è del 1871. Nel 1873, Whitman rimane parzialmente paralizzato: nello stesso anno muore sua madre e il poeta si trasferisce da suo fratello George, a Camden, nel New Jersey. La sesta edizione del libro è del 1876, la settima del 1882. Intanto Whitman compie qualche viaggio: va a St. Louis, poi nell'Ontario, a trovare il dottor R.M. Bucke che scriverà il primo studio critico su di lui. Nel 1884 affitta una casa in Mickle Street, a Camden; nel 1888 ha un'altra paralisi. Vengono trovati dei fondi per aiutarlo. Nel 1889 appare la ottava edizione di Foglie d'erba. Nel 1891 Whitman comincia la preparazione della cosiddetta "deatb-bed edition" che sarà pubblicata nel 1892. Nello stesso anno, il 26 di marzo, muore. Viene sepolto nel cimitero di Harleigh, a Carriden, New Jersey. 


"O Capitano! Mio Capitano! il nostro duro viaggio è finito,
la nave ha scapolato ogni tempesta, il premio che cercavamo ottenuto,
il porto è vicino, sento le campane, la gente esulta,
mentre gli occhi seguono la solida chiglia, il vascello severo e audace:
ma, o cuore, cuore, cuore!
gocce rosse di sangue
dove sul ponte il mio Capitano
giace caduto freddo morto.

O Capitano! Mio Capitano! alzati a sentire le campane;
alzati - per te la bandiera è gettata - per te la tromba suona,
per te i fiori, i nastri, le ghirlande - per te le rive di folla
per te urlano, in massa, oscillanti, i volti accesi verso di te;
ecco Capitano! Padre caro!
Questo mio braccio sotto la nuca!
E' un sogno che sulla tolda
sei caduto freddo, morto.

Il mio Capitano non risponde, esangui e immobili le sue labbra,
non sente il mio braccio, non ha battiti, volontà,
la nave è all'ancora sana e salva, il viaggio finito,
dal duro viaggio la nave vincitrice torna, raggiunta la meta;
esultate rive, suonate campane!
Ma io con passo funebre
cammino sul ponte dove il Capitano
giace freddo, morto." 

Immagini

"Ho conosciuto un veggente
Che trascurava gli oggetti e i colori del mondo,
I campi dell'arte e del sapere, i sensi, la gioia,
Per spigolare idoli.

Non mettere più nei tuoi canti, mi disse,
L'enigma dell'ora o del giorno, non segmenti, non parti,
Metti prima del resto, luce per tutti e canto introduttivo,
L'inno degli idoli.

Sempre l'oscuro inizio,
Sempre il crescere, il chiudersi del cerchio,
Sempre il culmine e infine il disfarsi (per un sicuro
rinascere),
Idoli! Idoli!

Sempre il mutevole,
La materia, che cambia, si sbriciola e riaggrega,
Sempre i laboratori, le fabbriche divine,
Che producono idoli.

Osserva, tu o io,
O uomo o donna, o stato, noti o sconosciuti,
In apparenza creiamo solida ricchezza, forza, bellezza,
In realtà creiamo idoli.

L'evanescente ostensione,
La sostanza dei sentimenti dell'artista, dei lunghi studi
del dotto,
Dei travagli del martire, dell'eroe, del guerriero,
è di foggiarsi un idolo.

Di ogni vita umana
(Le unità riunite, evidenziate, non trascurando un fatto,
un'emozione, un pensiero),
L'intero, grande o piccolo, è sommato, addizionato
Nel suo idolo.

L'antichissimo impulso,
Eretto su antichi pinnacoli, osserva: a nuovi e più alti
pinnacoli,
Scienza e modernità tuttora spingono,
L'antico impulso, idoli.

Il presente qui e ora,
Il brulicante, confuso, affaccendato turbinio
dell'America,
Dell'aggregare e separare, perché solo da lì si
diffondono,
Gli idoli d'oggi.

Questi con quelli del passato,
Di nazioni sparite, di tutti i regni dei re di là del mare,
Antichi conquistatori, antiche guerre, antichi viaggi di
navigatori,
Idoli che si uniscono.

Densità, crescita, apparenze,
Strati dei monti, suolo, rocce, alberi giganti,
Da tanto nati, da tanto morenti, viventi a lungo, sul
punto di andare,
Idoli eterni.

Rapito, estatico, exaltè,
visibile, utero da cui sono generati, tendenzialmente
orbicolare
Per modellare e modellare e modellare il possente
Idolo della terra.

Tutto lo spazio e il tempo,
(Le stelle, le tremende perturbazioni dei soli, che si
dilatano,
Collassano, si estinguono, servendo a un uso più o meno
lungo),
Gremiti solo di idoli.

Le silenziose miriadi,
Gli infiniti oceani dove si versano i fiumi,
Le separate, innumeri, libere identità, come la vista,
Le realtà vere, idoli.

Non questo il mondo,
Non questi gli universi, essi gli universi, significato e
fine,
Sempre l'eterna vita della vita,
Idoli, idoli.

Oltre le tue lezioni, dotto professore,
Oltre il tuo telescopio o spettroscopio, acuto
osservatore, oltre tutte
Le matematiche, chirurgie, anatomie, oltre la chimica e
i chimici,
Le entità, idoli.

Mobili eppure stabili,
Sempre saranno, sono, e sono stati,
Incalzando il presente verso il futuro indefinito,
Idoli, idoli, idoli.

Il profeta ed il bardo
Si reggeranno ancora, sopra un gradino ancora più alto,
Intermediari alla Modernità, alla Democrazia, per loro
interpretati
Di Dio e degli idoli.

E tu, anima mia,
Gioie, strenui esercizi, esaltazioni,
Appagati alla fine i tuoi desideri, preparati a incontrare,
I tuoi compagni, idoli.

Il tuo corpo durevole,
Il corpo latente dentro il tuo corpo, solo significato
Della forma che sei, il reale me stesso,
Un'immagine, un idolo.

Non nei tuoi canti, i canti più veri,
Nessun canto speciale da cantare, nessuno per sé,
Ma che risulti dal tutto, che infine sorga e si libri,
Idolo al colmo della sua pienezza."


Continuità 



"Niente è mai veramente perduto, o può essere perduto,
Nessuna nascita, forma, identità - nessun oggetto del mondo.
Nessuna vita, nessuna forza, nessuna cosa visibile;
L'apparenza non deve ostacolare, né l'ambito mutato confonderti il cervello.
Vasto è il Tempo e lo Spazio, vasti i campi della Natura.
Il corpo, lento, freddo, vecchio - cenere e brace dei fuochi di un tempo,
La luce velata degli occhi tornerà a splendere al momento giusto;
Il sole ora basso a occidente sorge costante per mattini e meriggi;
Alle zolle gelate sempre ritorna la legge invisibile della primavera,
Con l'erba e i fiori e i frutti estivi e il grano."

L'amplesso delle aquile 



"Lungo la strada che costeggia il fiume (mia pomeridiana passeggiata, mio ristoro),
Alto nell'aria, improvviso, un rumore smorzato, due aquile in amore,
L'impetuoso avido contatto, l'unione alta nello spazio,
Artigli che si afferrano, s'intrecciano, una ruota selvaggia, viva, turbinante,
Quattro ali che battono, due becchi, una massa vorticosa strettamente avvinghiata,
Che cala in cerchi, si rovescia, s'arrotola, cade giù a precipizio,
Finchè sul fiume sospesi, ancora uniti, la calma d'un istante,
Un immobile muto bilanciarsi nell'aria, poi il distacco, gli artigli che si sciolgono,
Le ali lente e salde nuovamente piegate verso l'alto, i loro voli diversi, separati,
Lei il suo, lui il suo, seguendo."


 

 

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