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I GRANDI CLASSICI DELLA POESIA

 

Eluard Gibran Leopardi Neruda  Blake Yeats Tagore Baudelaire Sereni Shakespeare Petrarca Angiolieri Whitman

 

Catullo Masters Goethe Pascoli Dickinson Apollinaire Lorca Pessoa Hesse Prevert Evtusenko Pasternak Cardarelli Carducci

 

Arthur Rimbaud

 

Rimbaud, considerato l'incarnazione del poeta maledetto, nacque a Charleville nel 1854 in una tipica famiglia borghese (dove non ebbe né l'affetto del padre, che assai presto lasciò la famiglia, né quello della madre, inflessibile e tiranna). Educato in famiglia ed a scuola secondo gli schemi più tradizionali, si segnalò per la straordinaria precocità intellettuale componendo versi sin dall'età di dieci anni; a 16 anni rifiutò di colpo tutti gli schemi secondo cui era stato educato, fuggì ripetutamente di casa, cominciò il suo vagabondaggio: visse tra esperienze di ogni genere, senza escludere alcol, droga e carcere.

Si rifiutò di tornare a scuola e, nel corso di una nuova fuga, incontrò Paul Verlaine, amicizia che fu decisiva nello stimolare la straordinaria e precocissima vena creativa del poeta adolescente. Tentò di raggiungere Parigi dove, alla caduta dell'Impero di Napoleone III, era sorta la Comune. Proprio nel '70 ebbe inizio l'avventura letteraria di questo "enfant prodige" (che cominciò a comporre imitando Hugo e i parnassiani), un'avventura che durò cinque anni, durante i quali scrisse tutte le sue opere più importanti. Riscosse grande successo tra i poeti simbolisti e nell'ambiente intellettuale parigino, ma questo successo fu effimero, e ben presto Rimbaud si ritrovò a essere ignorato e dileggiato.

Nel 1872 mise fine al suo movimentato soggiorno parigino e ritornò a Charleville, dove però non ottenne stima né comprensione. Continuò tuttavia a frequentare Verlaine, che l'accompagnò a Londra, poi a Bruxelles, dove scrisse una parte delle Illuminazioni e Una stagione all'inferno (1873). Verlaine pose fine al loro legame burrascoso nel 1873, ferendolo con un colpo di pistola.

Rimbaud abbandonò la poesia (dopo aver distrutto quanto poteva dei suoi scritti) e si lanciò in una vita d'avventure, che lo vide insegnante a Londra nel 1874, scaricatore di porto a Marsiglia nel 1875, mercenario nelle Indie olandesi e disertore a Giava nel 1876, al seguito di un circo nel 1877, capomastro a Cipro nel 1878. Infine, nel 1880 si stabilì come commerciante in Abissinia. Verlaine, pensando che Rimbaud fosse morto, ne pubblicò le Illuminazioni nel 1886. Nel 1891, Rimbaud ritornò in Francia per sottoporsi a cure mediche per un tumore a un ginocchio, a causa del quale morì in quello stesso anno.

La prima adolescenza si potrebbe riassumere raccontando le fughe da Charleville, le ribellioni, le lunghe ed esaltanti camminate nella campagna, le letture più disparate: dai libri di scuola a quelli di viaggio fino ai libri di alchimia e della cabala. Le poesie scritte in questo periodo attestano la ricerca di una forma poetica; oscilla tra l’imitazione dei parnassiani e quella di Victor Hugo. I suoi versi esprimono la gioia e l’esaltazione delle solitarie passeggiate, le prime emozioni sentimentali, la propria potenza immaginativa, l’ironia crudele per la vita meschina della borghesia di Charleville.

Rimbaud, il poeta "visionario", volle rinnovare la poesia e, con l’audacia dei giovani, fece tabula rasa di tutta la retorica precedente, rinnegando persino Baudelaire – giudicato a suo avviso trop artist, e poiché non gli restava alcun mezzo che non fosse falsato, non si fidò che della sua sensazione pura. Inventò quindi la poesia della sensazione, traducendo in poesia quello che si potrebbe chiamare lo stato psicologico da cui nascono, senza alcuna interferenza, i nostri atti. Al pensiero puro corrispose un ugual linguaggio ed un ugual ritmo che riassume tutto: profumi, suoni e colori. Rimbaud si trovò così alla punta estrema di ogni audacia letteraria e poetica, dove né i simbolisti né i surrealisti riuscirono a seguirlo. Rimbaud non ebbe discepoli e neppure imitatori, nondimeno fu allora come oggi il punto di partenza di ogni audacia poetica.

LA POESIA di RIMBAUD

La poesia di Rimbaud cancella i tradizionali legami logici, le categorie (di tempo e spazio, di causa ed effetto) che per secoli avevano regolato la poesia. La parola non è più solamente un mezzo di comunicazione ma ha il compito di evocare un mondo tutto fantastico.



Una stagione in inferno (1873) è una specie di diario autobiografico immerso in un'atmosfera demoniaca nella quale i momenti fondamentali della vita: l'infanzia, l'odio-amore per la madre, la solitudine, il degrado sociale, si trasfigurano nei simbolismi della magia, dell'odio, della veggenza.

Nelle Illuminazioni, scritte nel 1874 e successivamente pubblicate da Verlaine, il poeta tentò di realizzare il "deragliamento dei sensi" mediante brevi componimenti poetici in cui si evidenziano allucinazioni, impressioni fugaci, tentativi di espressione nuova. Ne emerge un nuovo modello di poeta, il poeta-veggente che si oppone al modello di poeta civile, di poeta-vate; il poeta-veggente calpesta le istituzioni, i valori e la morale borghese, si abbandona alla più folle sregolatezza dei sensi.

IL POETA "VEGGENTE"

La parabola di Rimbaud inizia nel 1870 con la raccolta Prime poesie, ma già l'anno seguente egli rinnega questi versi e raccomanda all'amico Paul Demeny di bruciarli. Allo stesso Demeny invia nel '71 una lettera in cui espone la nuova estetica del "poeta veggente": "Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia; cerca se stesso, esaurisce in se stesso tutti i veleni per serbarne la quintessenza. ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la sovrumana forza, e dove diventa il gran malato, fra tutti, il gran criminale, il gran maledetto, e il supremo Sapiente! Infatti giunge all'Ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Giunge all'Ignoto. Egli ha un incarico dall'Umanità, dagli animali anche: dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue scoperte. Se quel che riporta di laggiù ha una forma, dà una forma: se è informe dà l'informe..."

In questa lettera Rimbaud apre delle nuove prospettive poetiche, in direzione simbolistica e surrealistica: la poesia deve svilupparsi attraverso immagini che non vogliono esprimere concetti, ma sono esse stesse dei concetti, idee queste che aveva già concretizzato nel poemetto Battello ebbro e nel sonetto Vocali, scritti agli inizi del '71. Nel poemetto, attraverso il simbolico viaggio di un battello fantasma, egli rappresenta la sua stessa vita, il suo bisogno di andare alla ricerca dell'ignoto, il bisogno di immergersi nel mistero universale; nel sonetto instaura una fittissima rete di corrispondenze fra i suoni e i colori, giungendo a intuizioni arditissime, che si snodano attraverso un serrato procedimento sinestetico.

Le vertigini del veggente, espresse con immagini allucinate, in una prosa libera da ogni logica e controllo razionale, sono raccolte nelle Illuminazioni che rappresentano l'ultima tappa poetica di Rimbaud; un'opera questa che vide la luce nel 1886, grazie a Verlaine, e a lungo erroneamente ritenuta anteriore a Una stagione all'Inferno. Qui Rimbaud porta alle estreme conseguenze le corrispondenze baudelairiane, in un linguaggio talmente nuovo, magicamente musicale, che riassume e fonde colori, suoni e profumi con suggestive allucinazioni e audaci metafore.


 

POESIE

 

LA PREGHIERA DELLA SERA

 

Vivo seduto, come un angelo fra 

le mani d'un barbiere, impugnando

 una tazza di birra dalle grosse 

scannellature, tesi il collo e 

l'ipogastro, con una pipa Gambier

tra i denti, sotto i cieli gonfi

 d'impalpabili vele.

 Come escrementi caldi d'un

 vecchio colombaio, mille sogni

 fanno in me dolci ustioni: e, tratto

 tratto, il mio cuore triste è come un 

alburno insanguinato dall'oro 

giallo e cupo delle scolature.

Poi, quando ho ringhiottito i miei

 sogni con cura,

 mi volgo, dopo

 aver bevuto trenta o quaranta 

tazze, e mi raccolgo per dar sfogo

 all'acre bisogno.

 Mite come il Signore del cedro e 

degli issopi, io piscio verso i cieli

bruni, molto in alto e lontano, col 

consenso dei grandi eliotropi.

 

PARIGI SI RIPOPOLA

    0 vili, eccola! Riversatevi nellE stazioni! Il sole asciugò con i suoi, polmoni ardenti i boulevards che una sera furono colmati dai Barbari. Ecco la Città santa, assisa all'occidente!

    Suvvia, si preverranno i riflussi d'incendio! ecco i quais, ecco i boulevards, ecco le case sull'azzurro lieve che s'irradia e che una sera fu scosso dal rossore delle bombe!

    Nascondete i palazzi morti entro nicchie di tavole! L'antica luce spaventata rinfresca i vostri' sguardi. Ecco il gregge fulvo delle contorcitrici di fianchi. Siate pazzi, sarete bizzarri, essendo forsennati.

    Massa di cagne in foia che mangian cataplasmi, il arido delle case d'oro vi chiamai Rubatel Mangiate! Ecco la notte di gioia dagli spasimi profondi, che scende nella via: o bevitori desolati,

    tracannate! Quando la luce viene, intensa e folle, frugando accanto a voi nei lussi fluenti, non sbaverete senza gesti, senza parole, nei vostri bicchieri, smarriti gli occhi nelle lontananze bianche?

    Tracannate, per la Regina dalle natiche cascanti! Ascoltate l'azione degli stupidi singhiozzi strazianti. Ascoltate saltare nelle notti ardenti gl'idioti rantolosi, vecchi, burattini, lacché!

    0 cuori d'immondizia, bocche spaventose, funzionate piú forte, bocche di fetori! Un vino, per questi torpori ignobili, su queste tavole! i vostri ventri son fusi dalle vergogne, o Vincitori!

    Aprite le vostre narici alle superbe nausee, imbevete di forti veleni le corde dei vostri colli. Sulle vostre nuche di fanciulli, abbassando le mani in croce, il Poeta vi dice: 0 vili, siate pazzi!

    Perché frugate nel ventre della Donna, temete forse ancora da lei una convulsione che gridi, asfissiando la vostra infame nidiata sul suo petto, in una orribile pressione?

    Sifilitici, pazzi, re, marionette, ventriloqui, che mai può importare di questo a Parigi puttana? Le vostre anime e i vostri corpi? I vostri veleni e i vostri stracci? Essa si libererà di voi con una sua scossa, o ringhiosi, o putrefatti,

    e quando sarete a terra, gemendo sulle vostre budella, morti i fianchi, reclamando il vostro denaro, smarriti, la rossa cortigiana dalle poppe gonfie di battaglie, lungi dal vostro stupore torcerà i suoi ardui pugni!

    Poiché i tuoi piedi ballarono tanto forte nelle tue collere, o Parigi! poiché ricevesti tante coltellate, poiché giaci, trattenendo nelle tue pupille chiare un po' della bontà della selvaggia primavera,

    o città dolorosa, o città quasi morta, con la testa e i seni gettati verso l'avvenire che apre sul tuo pallore i suoi miliardi di porte, o città che il Pasato cupo potrebbe benedire,

    o corpo rimagnetizzato per le enormi fatiche, tu ribevi dunque la vita terribile, tu senti sorgere il flusso dei vermi lividi nelle tue vene e sul tuo luminoso amore gironzare le dita agghiaccianti!

    E non è male così. I vermi, i vermi lividi non imbarazzeranno il tuo soffio di progresso piú che le Strigi non spegnessero l'occhio delle Cariatidi, in cui lagrime d'oro astrale cadevano da gradinate azzurre.

    Quantunque sia orribile rivederti coperta cosí; quantunque non sia mai stata fatta d'una città un ulcera piú fetida al cospetto della verde Natura, il poeta ti dice: Splendida è la tua bellezza!

    L'uragano ti ha consacrata suprema poesia; l'immensa agitazione delle forze ti soccorre; la tua opera bolle, il mare rumoreggia. Città eletta, accumula gli stridori nel cuore della sorda tromba!

    Il Poeta coglierà il singhiozzo degl'infami, l'odio dei forzati, il clamore dei maledetti; e i suoi raggi d'amore flagelleranno le donne, le sue strofe balzeranno: Ecco! Ecco, furfanti!

    - Società! tutto è ristabilito: le orge piangono il loro rantolo antico negli antichi lupanari, e i lumi in delirio, sulle muraglie arrossate, fiammeggiano sinistramente verso gli azzurri lividi!

 


 

 

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