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VACANZE 2002

 

 

CASTELLI (TERAMO)

 

Al centro della Valle Siciliana, che si estende nell'area sud-est dell'Abruzzo teramano, su uno sperone breccioso, in secolare precario equilibrio, sorge Castelli alle pendici di una montagna maestosa e severa, il monte Camicia. Un grappolo di case e poche anime. Ancora intuibili le tracce di un lungo isolamento geografico e delle censure severe che la natura e gli eventi non hanno risparmiato; ma visibili, anzi ostentati, anche i segni di un riscatto caparbio ed intelligente. Castelli è, per antonomasia, il paese delle ceramiche, il luogo cioè, dove un popolo minuto, in tempi bui e lontani, facendo di necessità virtù, riuscì a raccogliersi attorno ad un progetto collettivo ed inventò il suo futuro. C'erano attorno, è vero, stimolazioni insistenti: estese vene di argilla plastica, immensi boschi di faggio per i fuochi, acque limpide ed abbondanti, la suggestione ispiratrice di un paesaggio spettacolare; ma sarebbero rimaste povere, inutili opportunità se lasciate a sporadiche o individuali esperienze. Invece sollecitarono abilità via via più estese e più affinate fino alla conquista del permanente e collettivo "saper fare". Si erano definiti così i tratti distintivi della "cultura ceramica castellana". Quando questo processo s'è avviato non è dato sapere. Qualche documento, o forse qualche ricercatore, lo fa risalire agli etruschi, altri ai romani, forse al medioevo, ai benedettini..

Questi ultimi, attorno all'anno 1000, certamente abitarono l'imponente complesso monastico di San Salvatore a monte di Castelli. Oggi ne restano soltanto tracce seppure pregevoli: due elementi del pulpito in pietra conservati nella Chiesa parrocchiale, i cui fregi mostrano tanta dipendenza stilistica da quelli più conosciuti di San Clemente a Casauria: la statua lignea Madonna regina con il Bambino Gesù in grembo, tra gli esempi più compiuti della scultura abruzzese del XIII secolo. In quella immensa abbazia, è probabile, si produssero maioliche, almeno oggetti d'uso o forse altro ancora, ma non ne abbiamo le prove. Ne abbiamo invece, molte ed incontrovertibili ormai, della grande stagione rinascimentale. Gli scavi condotti nella discarica Pompei e Grue ed i reperti osservati con l'ottica della scienza archeologica, hanno confermato la centralità del fenomeno ceramico che riguarda Castelli: Orazio Pompei e la sua scuola, il soffitto del primo San Donato, la targa Madonna che allatta e la sua stessa datazione 1551 si vestono di luce nuova e di significazioni inedite. Tutto questo grazie anche, se non principalmente, alla generosa onestà culturale di due studiose faentine che hanno scoperto e restituito a Castelli la "paternità" del corredo Orsini-Colonna. E qui un'altra notazione. Castelli sembra muoversi sempre e contemporaneamente nei due sensi del tempo: verso il passato sempre più remoto e verso il remoto sempre più anticipato. Non come ricerca storiografica o analisi filologica, bensì come costume, come sistema di comportamenti collettivi.
Così, per esempio, mentre da un lato l'attualità artigianale accentua la dipendenza dai modelli della tradizione e risale il tempo storico per coglierne le espressioni più antiche, dall'altro si avventura in attività di alta tecnologia ceramica e si cimenta in imprese da terzo millennio. Così, per altri aspetti, nel momento in cui si retrodatano le origini della maiolica castellana e il giovane "Museo delle Ceramiche" inizia a raccogliere le testimonianze dello splendore barocco delle maioliche dei Grue, dei Gentile, dei Cappelletti, l'Istituto d'Arte "F. A. Grue" spinge lo sguardo verso il futuro, espone in forma fruibile il "Presepe monumentale", invita artisti ed istituzioni e fa di Castelli la vetrina sul mondo della creatività ceramica, inaugurando, giugno '86, la "Raccolta internazionale d'arte ceramica contemporanea".
Tessere tutte del mosaico paziente che questa gente costruisce tenacemente da secoli per spezzare l'assedio dell'isolamento e della pochezza di risorse. Ancora un modo per raccontare la storia infinita di questo angoletto di "terricciola alpestre dell'Abruzzo teramano vicino al Gran Sasso", come affettuosamente la chiamava Eugenio Cerulli.

 


 

 

Questi ultimi, attorno all'anno 1000, certamente abitarono l'imponente complesso monastico di San Salvatore a monte di Castelli. Oggi ne restano soltanto tracce seppure pregevoli: due elementi del pulpito in pietra conservati nella Chiesa parrocchiale, i cui fregi mostrano tanta dipendenza stilistica da quelli più conosciuti di San Clemente a Casauria: la statua lignea Madonna regina con il Bambino Gesù in grembo, tra gli esempi più compiuti della scultura abruzzese del XIII secolo. In quella immensa abbazia, è probabile, si produssero maioliche, almeno oggetti d'uso o forse altro ancora, ma non ne abbiamo le prove. Ne abbiamo invece, molte ed incontrovertibili ormai, della grande stagione rinascimentale. Gli scavi condotti nella discarica Pompei e Grue ed i reperti osservati con l'ottica della scienza archeologica, hanno confermato la centralità del fenomeno ceramico che riguarda Castelli: Orazio Pompei e la sua scuola, il soffitto del primo San Donato, la targa Madonna che allatta e la sua stessa datazione 1551 si vestono di luce nuova e di significazioni inedite. Tutto questo grazie anche, se non principalmente, alla generosa onestà culturale di due studiose faentine che hanno scoperto e restituito a Castelli la "paternità" del corredo Orsini-Colonna. E qui un'altra notazione. Castelli sembra muoversi sempre e contemporaneamente nei due sensi del tempo: verso il passato sempre più remoto e verso il remoto sempre più anticipato. Non come ricerca storiografica o analisi filologica, bensì come costume, come sistema di comportamenti collettivi.
Così, per esempio, mentre da un lato l'attualità artigianale accentua la dipendenza dai modelli della tradizione e risale il tempo storico per coglierne le espressioni più antiche, dall'altro si avventura in attività di alta tecnologia ceramica e si cimenta in imprese da terzo millennio. Così, per altri aspetti, nel momento in cui si retrodatano le origini della maiolica castellana e il giovane "Museo delle Ceramiche" inizia a raccogliere le testimonianze dello splendore barocco delle maioliche dei Grue, dei Gentile, dei Cappelletti, l'Istituto d'Arte "F. A. Grue" spinge lo sguardo verso il futuro, espone in forma fruibile il "Presepe monumentale", invita artisti ed istituzioni e fa di Castelli la vetrina sul mondo della creatività ceramica, inaugurando, giugno '86, la "Raccolta internazionale d'arte ceramica contemporanea".
Tessere tutte del mosaico paziente che questa gente costruisce tenacemente da secoli per spezzare l'assedio dell'isolamento e della pochezza di risorse. Ancora un modo per raccontare la storia infinita di questo angoletto di "terricciola alpestre dell'Abruzzo teramano vicino al Gran Sasso", come affettuosamente la chiamava Eugenio Cerulli.

 

 


 

LA BOTTEGA

Nove o forse dieci secoli fa' i monaci benedettini dell'abbazia di San Salvatore istruirono i montanari di Castelli a sfruttare l'argilla, unica ricchezza del loro suolo. Da allora, per generazioni e generazioni, il paese e' vissuto di ceramica. Poi i grandi Maestri del '600 e del '700 fecero di questo prodotto un genere d'arte veramente raffinato, un ornamento prezioso dell'altare, del mobile e della parete apprezzato addirittura alle corti dei re. Negli ultimi tempi molte cose sono cambiate. Ora le ceramiche si producono in serie negli stabilimenti industriali. Anche i vecchi laboratori artigiani a conduzione familiare utilizzano degassatrici, torni elettrici, forni a gas. E l'opera della macchina ha sostituito quella dei braccianti che provvedevano una volta ai lavori piu' umili e faticosi. La formazione professionale, poi, anche se non e' piu' basata sul segreto artigianale, gelosamente custodito e trasmesso di padre in figlio, e' impartita da una scuola pubblica, l'Istituto d'Arte, in cui i ragazzi si cimentano nel design industriale, sperimentano nuove forme e nuove decorazioni e cercano modi di esprimersi in linea con il gusto e con il tempo. Ma se e' vero che le macchine hanno reso la vita meno dura, esse hanno portato via anche una parte della storia e della cultura castellane; e cosi' assieme al fumo dell'ultima fornace si e' dispersa una parte importante della vita degli artigiani di Castelli. Dal tempo dei Grue, fino a una trentina di anni fa, la vita nelle botteghe dei maiolicari era rimasta sempre la stessa. Il lavoro allora era duro per tutti, ma soprattutto per i braccianti, gli addetti alle mansioni piu' umili che estraevano l'argilla dalle cave, la trasportavano a spalla nel paese e la preparavano per la lavorazione. Il processo di depurazione era lungo e faticoso. La terra, seccata e ridotta in piccoli pezzi, veniva immersa in una vasca d'acqua e spappolata con una zappa. Poi, passando attraverso un setaccio, cadeva in una seconda vasca dove era lasciata a decantare in modo che si raccogliesse tutta sul fondo. Passati almeno 15 giorni, la terra veniva estratta ed allargata su una distesa di mattoni molto porosi che assorbivano l'acqua rimasta. Il prosciugamento veniva poi accelerato con altri mattoni inseriti nel mucchio. Per eliminare le bolle d'aria e rendere l'argilla omogenea, un lavorante, denudatesi le gambe fino al ginocchio, doveva a lungo pestarla con i talloni. La materia prima passava quindi nelle mani del forgiatore, che prima di lavorarla al tornio o con gli stampi, la manipolava ancora per renderla perfettamente plastica ed omogenea.

 

 

 

 

 


 

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